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Home » Educazione ambientale » Il mio Parco è Val Grande
La Val Grande, un Parco inusuale
Augusto Biancotti
Direttore Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Torino
In un mondo smanioso di centralità la Val Grande preferisce essere
periferia, margine discreto lontano dai luoghi del caos, dai flussi della
gente e delle merci.
La scelta arriva dalla profondità del tempo, da una storia geologica intricata
che ha reso il territorio impervio, geloso dei propri segreti al primo impatto,
ma generoso con chi, tenace, li sa penetrare lentamente, a piedi, andando per
sentieri.
La nascita della catena alpina, conseguenza dell’ultima grande orogenesi
iniziata cinquanta milioni di anni fa, dà l’avvio ad eventi complessi
fra loro concatenati. Più generazioni di rocce, piante ed animali nacquero
e scomparvero; cambiarono gli ambienti, ciascuno fondato sui materiali e le vestigia
del precedente fino a consegnarci lo spazio fisico attuale, anch’esso in
continua, fatale trasformazione. Collisioni lente di masse continentali, eruzioni
vulcaniche capaci prima di smembrare le rocce, poi di sigillarle con colate di
lava, moti tettonici potenti, dotati di energie in grado di piegare la pietra,
sollevano le montagne, creano i rilievi della regione insubrica, un milione d’anni
fa ancora del tutto diversi da quelli attuali.
Poi il clima cambia: la temperatura da tropicale che era cala rapidamente e diventa
fredda, le precipitazioni aumentano. La neve cade abbondante sulle montagne, è conservata
al suolo da un anno all’altro, inizia la lenta metamorfosi che la trasforma
in ghiaccio. La massa solida cresce alle alte quote, poi, spinta dalla gravità,
cola lentamente a valle incidendo i pendii, modellando le valli dell’Ossola
e del Ticino, scavando l’alveo del Verbano. L’immane fiumana glacializzata
sfiora soltanto la Val Grande, ne segna definitivamente il destino di angolo
appartato, al di fuori di tutti i mainstream naturali e in seguito antropici.
Sulla corona di cime delimitanti il perimetro del bacino si accumularono piccoli
ghiacciai di circo; nel settore centrale dell’area, depresso, agivano le
acque correnti.
15.000 anni fa il freddo che aveva attanagliato l’Europa per millenni si
attenua. In una manciata di secoli, un battere di ciglia della lunga storia della
Terra, i mastodontici ammassi d’acqua gelata fondono, le valli si svuotano,
l’acqua reflua colma la fossa del Lago Maggiore. Il Pogallo ed i suoi affluenti,
alimentati dallo scioglimento delle nevi non più perenni, zappano i pendii
alla base; le piogge, allora ancora più ricche, erodono selettivamente
i versanti dalle bancate di roccia quasi verticali, costrette in quella posizione
dalle spinte dell’orogenesi alpina. Così in alto è conservato
l’ambiente glaciale e crionivale con i catini morbidi antica dimora del
ghiaccio, le gobbe delle rocce montonate, i piccoli cordoni morenici, i cuscinetti
erbosi, le terrazzette intagliate dall’alternarsi di gelo e disgelo. In
basso l’azione fluviale accentua le forme strutturali, le foggia in sculture
rare sulle Alpi: gli hogback con i piani di scistosità raddrizzati, conformati
a cresta sottile, dentellati in esili picchi rocciosi.
Finalmente l’identità è svelata. Dappertutto sulle Alpi sono
i fondovalle ricchi di conche amene, di lineamenti soffici, mentre verso il cielo
dominano le cime abrupte. Qui i rapporti altimetrici si capovolgono: gli spartiacque
portano impressi nel disegno tenue i segni del modellamento lento, areale, diffuso
dei ghiacciai, e dominano dall’alto le forre aspre, talora impercorribili
se non passando per gli alvei pavimentati con i grandi ciottoli puliti da correnti
subito insidiose quando scoppia il temporale.
Schivo, aristocratico, un po’ bizzarro, il Parco sfida gli stereotipi dominanti. È il
sito destinato alle persone, non alle masse; si veste d’ombra e di luce,
di tinte sfumate, non di colori violenti; aiuta il contatto con la Terra, avversa
il consumo d’ambiente. In genere le aree protette sono destinate a conservare
gli aspetti più belli del mondo, le flore e le faune a rischio. Qui le
valenze estetiche, pure presenti, cedono il campo a quelle culturali, all’essere
montagna in modo diverso come bioma, come spazio riconquistato dalla natura,
come accostamento imprevisto di forme e paesaggi insofferenti delle regole usuali.
La Val Grande può diventare il punto di riferimento di un’ecologia
più matura, non più sola contemplazione ma comprensione, approfondimento,
valore e investimento. Insomma, una bella sfida per chi ci lavora, per chi amministra
il territorio attorno e per chi lo abita. |
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